giovedì 27 ottobre 2011

La cerimonia

La forma ‘descrittiva’ - uno stile neutro che, grazie all'uso del presente storico, conferisce vividezza e immediatezza al racconto

 Luca ha scelto un giorno speciale per il suo matrimonio con Barbara, il 21 marzo, il primo giorno di primavera. Ma non appare affatto primaverile questa mattinata.
Già al risveglio i due futuri sposi devono aver puntato il viso al cielo ritraendolo avviliti. Il cielo è plumbeo e le nuvole sembrano gonfie di pioggia, ma ancora lontane a coronare i colli, laggiù, in fondo alla via Nomentana.
Nel piccolo giardino che circonda la basilica di Santa Agnese invece due damigelle e un bimbo di appena due anni si inseguono provando le scarpe nuove e scricchiolanti sulla ghiaia. Gli invitati alla cerimonia si incontrano fuori, nella stretta via adiacente alla chiesa, e si attardano nel piacere di ritrovarsi. Poi come in una lenta danza amici e parenti raggiungono lo sposo e se ne separano per riunirsi in piccoli gruppi accostandosi alla facciata austera della chiesa che si accende così dei toni festosi degli abiti da cerimonia.
Intorno a Luca gli amici storici sembrano disporsi in un picchetto d’onore per lo sposo: Enrico, Giovanni e Fabrizio e poi il fratello Francesco che fa la spola tra i parenti. Un quartetto di giovani uomini in abito scuro, al centro dei quali Luca sorridente e teso offre tutta la disinvoltura e l’attenzione di cui è capace, interessandosi alle allegre trovate dei compagni e salutando con una parola grata ogni amico e parente che si avvicini. Eppure, indietreggiando sui talloni, lancia più volte lo sguardo oltre le spalle di Giovanni che rivolge la schiena al cancello.
Sono passate le undici, da qualche minuto, ed è uno solo il pensiero che sfiora le menti di tutti, riecheggiato dal suono di un cellulare che viene riacceso, dallo sfregare di un cinturino, dallo sguardo sempre più sfuggente dello sposo; ed infine da una bambina che tirando la manica del padre chiede lamentosamente: Ma quand’è che arriva la zia?
E le nuvole pure devono chiederselo, loro però non sanno aspettare, né son curiose come quella bimba di vedere la sposa scendere dalla macchina e mostrarsi nel suo bel vestito candido. Impietosamente piove. Le madri richiamano i bambini e infine gli invitati entrano sparutamente in chiesa guardando fino all’ultimo in direzione del cancello aperto, ma nulla appare.
Dentro l’ampia navata centrale li accoglie una luce calda e dorata, ogni banco è decorato con un piccolo bouquet di camelie e gelsomino invernale da cui ricadono rametti di edera e nastri che scendendo disegnano dei nodi lungo il bordo degli schienali. I bimbi vi si intrecciano le dita mentre siedono svogliatamente.
Lo sposo procede avanti, accompagnato dai genitori e dai testimoni e prende il suo posto. Rimane in piedi, in attesa, torcendo il polso sul rigido polsino dai gemelli cerchiati o sfiorando il risvolto della giacca grigia.
E la pioggia tutt’un tratto cessa: come avesse voluto invitare amici e parenti ad attendere all’interno la sposa. Nel giardino si leva un aroma umido e fresco di erba bagnata, dalle navate risponde il profumo del gelsomino unito al penetrante incenso dell’antica basilica.
Dopo pochi momenti le ruote di una macchina frenano sul piazzale e i più impazienti, i più curiosi, rimasti vicino al portale subito si affacciano a vedere l’arrivo della sposa. Gli amici fanno lo stesso accalcandosi attorno ai bei bassorilievi intarsiati per l’occasione di freschi fiori e di tralci.
Vincenzo apre la portiera e porge la mano a sua figlia mentre tiene alto un ombrello a proteggerla dalle ultime gocce che ricadono dalle foglie dei tigli. Barbara esce dalla macchina, chinando appena il capo per trattenere con una mano gli orli della gonna, mentre con l’altra accosta al petto il bouquet odoroso di fresie, mughetti e candide camelie composte in un mazzo ricadente di gelsomini ed edera. Poi alza lo sguardo e sorride chiedendo scusa per il ritardo: aveva dimenticato da qualche parte, chissà dove, gli orecchini. E tutto questo non sarebbe proprio potuto iniziare senza quel paio di orecchini di perla, nella cui ricerca Barbara ha concentrato la sua ansia per un passo che, anche per chi vi giunga così convintamente innamorato, può stringere il petto, opprimere per un istante il respiro.
Ma Barbara sa poi riprendere bene il fiato e non smarrirsi ricordando gli occhi e le mani di colui che l’aspetta. E cercando quelle conferme la sposa entra in chiesa.
La navata si apre davanti a lei. Gli invitati si girano tutti ad ammirarla, a fotografarla, a farle un cenno, un saluto. La musica accompagna la sua passeggiata che vuole essere solenne. Ma lei non guarda, non sente. E cammina con una leggerezza e una morbidezza così innaturale pensando alle lunghe vesti, al tappeto scuro, all’edera che sfiora l’ampia gonna trattenendola appena.
Il padre le sussurra ancora qualcosa all’orecchio e lei inclina il volto nella sua direzione, ma non muta il suo sorriso che, da quando ha incontrato quello di Luca, parla a lui solo. Infine Vincenzo si scosta dal suo fianco e lei pare scuotersi e risvegliarsi, abbraccia il padre in uno sguardo intenso e lui la ricambia volgendole il braccio attorno alle spalle. Sciolto l’abbraccio, Barbara si avvicina a Luca. E Luca le apre tutta la sua gioia in un sorriso largo e felice che le scalda l’anima.
Siamo noi due, siamo qui
Si prendono per mano e siedono davanti al sacerdote...

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